Una serie di eventi accaduti in meno di ventiquattr’ore mi ha spinto a riflettere e, quasi, mi ha costretto a scrivere questo articolo. Li elenco in ordine inverso, cominciando dal più recente: la lettura di un articolo molto interessante sui falsi miti riguardo alla felicità, scritto da Andrew Wilson, autore di un libro appena uscito dal titolo Happiness: What It Is, Where to Find It, and How to Make It Last Forever; e la visione di un cortometraggio molto suggestivo dell’animatore Steve Cutts, dallo stesso titolo, suggeritomi da chissà quale intreccio di leggi algoritmiche. Queste due risorse hanno avuto l’effetto di riportare alla mia memoria molte esperienze della mia giovinezza, di ricordarmi la mia precoce infatuazione per il libro dell’Ecclesiaste e di rafforzare il proposito, già formatosi in me, di scrivere una breve riflessione sullo stesso tema.
L’evento scatenante, in realtà, è stato l’aver udito le due parole del titolo, pronunciate con un filo di voce da una persona costretta a letto da più di tre mesi, immobilizzata da una pesante ingessatura e rimasta in coma farmacologico, sospesa tra la vita e la morte fino a poche settimane fa. Quando mi sono accostato al suo letto ho dovuto presentarmi, perché, coperto dai dispositivi di protezione necessari per entrare in un reparto di terapia intensiva, ero quasi irriconoscibile.
Due parole, ma che portano con sé un mondo di significato e che hanno suscitato in me una profonda emozione. Provo a spiegarvi perché, rispondendo a due domande.
La prima è: «Si può essere felici, o si può provare, seppure per un istante, un senso di felicità, in una condizione del genere?» C’è chi dirà che definirsi felici, così come affermare di esserlo, è qualcosa di estremamente soggettivo, e che la parola “felice” è ormai solo un modo di dire, un’espressione tremendamente abusata in un tempo in cui troppi usano le parole senza conoscerne il significato. È vero, e non ho nulla da obiettare a questa osservazione. Eppure credo che la persona che me l’ha detto intendesse esprimere proprio come si sentiva in quel momento, e che le sue parole non fossero né di circostanza né pronunciate solo per farmi piacere. Di certo non avevano nulla della fastidiosa frivolezza e casualità a cui siamo abituati. Chi mi ha detto «Sono felice» ha voluto esprimere cosa stava provando in quell’istante: si sentiva come una persona assetata e stanca a cui viene offerto un bicchiere d’acqua fresca e un riparo all’ombra. Poca cosa, ma sufficiente a rallegrare e sollevare l’animo, e a far passare in secondo piano le sofferenze del corpo. È così: un essere umano può provare felicità anche in un inferno di sofferenza, di prigionia, di noia e di assoluta dipendenza, se solo interviene un fatto nuovo, se accade un evento che irrompe e agita, anche solo per qualche minuto, le acque stagnanti di ore e istanti infiniti e sempre uguali, se sente la voce amica di una persona cara, se scorge nello sguardo altrui un sincero interesse per la sua persona e per la sua condizione.
La seconda domanda è più profonda e molto più impegnativa: «Cos’è la felicità?» Forse dovremmo leggere il libro di Wilson e valutare i risultati delle sue ricerche, per parlarne in modo più appropriato e ampio; ma, attingendo sia a qualche studio fatto in precedenza sia alla mia recente esperienza, voglio provare a rispondere anche a questa domanda.
Prima di tutto, direi che non dobbiamo confondere la felicità con il piacere. La felicità ci fa provare piacere (l’esultanza del corpo e della mente che gli uomini inseguono da sempre), ma si può provare piacere senza essere felici; anzi, ci si può procurare un’infinita fonte di piaceri di ogni tipo e non sapere nulla della felicità. La felicità non è un’esperienza, ma uno stato, una condizione della mente e dell’animo, che si sente appagato, completo, sazio, contento. E questo non perché chi la conosce abbia ottenuto l’oggetto delle sue ricerche, o abbia visto compiersi i suoi desideri e i suoi sforzi, ma perché è stato raggiunto da qualcosa, o da qualcuno, che lo ha fatto sentire appagato, completo, sazio, contento.
La felicità (la beatitudine) è la condizione in cui Dio si trova da sempre e per sempre: egli è “il Dio beato” (1 Tim. 1:11). La felicità è la benedizione e il destino di chi conosce e vive la comunione con questo Dio. È la gioia cristiana, che può essere insidiata, offuscata, smarrita per un certo tempo, ma che non potrà mai essere definitivamente perduta o estinta in chi, avendo ricevuto lo Spirito Santo ed essendo stato giustificato mediante la fede in Cristo, ha gustato la vera beatitudine; in chi, dopo aver cercato di abbeverarsi a tutti i ruscelli del piacere del peccato, ora si è immerso nel fiume dell’acqua viva che sgorga direttamente da Cristo, per la salvezza di chiunque crede in lui.
Spero di vedere il giorno in cui la stessa persona che ieri mi ha sussurrato all’orecchio: «Sono felice!» potrà testimoniarlo a pieni polmoni, al cospetto del popolo di Dio riunito in assemblea, affinché ringraziamenti e lodi si elevino al Dio Trino. Egli, infatti, è l’unico Essere che può prendere un uomo miserabile, che elemosinava il piacere a ogni angolo di strada e che non riusciva a saziarsi con nulla di ciò che offre questo mondo, e renderlo un uomo nuovo: un uomo felice e ricco, anche se consapevole che potrebbe essere privato per sempre di ogni bene terreno. È possibile. Moltissimi hanno fatto questa esperienza. Io sono uno di loro.
Caro Reno,
è sempre un piacere leggerti, soprattutto perché le tue parole sono cariche di positività.
La società occidentale vede la felicità come un bene prezioso ma precario, destinato a svanire non appena raggiunto.
Tra le tue parole, invece, si fa strada un’altra verità che mi fa desiderare saperne sempre di più.
La possibilità di una felicità duratura per me sembra un miraggio, essendomi purtoppo conformato allo status quo.
Serenità è meglio di felicità, diceva qualcuno.
Non so, ma a te ho sempre creduto e quindi questa ssera andrò a dormire anche io un pò felice, infettato dalla tua felicità.
Domani si vedrà.
‘Ma nulla paga il pianto del bambino a cui fugge il pallone tra le case’
Ti abbraccio
Che bella infezione!